I Romani e il controllo sul Mediterraneo

 

In una leggenda si narra che Roma fu fondata nel 753 a.C. in seguito ad una scommessa fatta da due bambini, Romolo e Remo. La scommessa consisteva nel vedere più avvoltoi in cielo. Vinse Remo e Romolo per ripicca uccise Remo, fondando così Roma. La città con il passare del tempo si accrebbe, diventò sempre più potente fino a dominare non solo sui territori circostanti ma anche su quelli più lontani. Intorno al III secolo a.C. Roma aveva l'egemonia su tutta l'Italia, escluse le isole più grandi: Sicilia e Sardegna. Infatti la Sicilia era in gran parte in mano ai Cartaginesi. Questo ai Romani non andava bene, quindi, per assicurarsi il possesso dell'isola ed estendere il loro dominio sul Mediterraneo, i Romani entrarono in guerra contro i Cartaginesi. Questi erano molto ascipione.jpg (6901 byte)bili nella navigazione e sapevano costruire sia navi da trasporto che navi da guerra. Le navi da trasporto erano dette navi onerarie: erano lunghe tra i 20 e i 30 metri, larghe tra i 5 e i 7 metri; l'altezza dello scafo sotto la linea di galleggiamento era di un metro e mezzo e altrettanto alta era la parte emergente dello scafo. La carena era fortemente convessa e fasciata da uno strato di piombo tenuto insieme da chiodi di rame e di bronzo. La prua era sormontata da una testa di cavallo, probabilmente considerato protettore delle loro attività commerciali; ai lati della prua, infine, erano disegnati due grandi occhi, che avevano la funzione simbolica di vedere la rotta e di spaventare i nemici. All'interno dello scafo, sotto il ponte di coperta, si sistemavano per dormire i marinai. Nella stiva era situata la zavorra, formata da pietre in frantumi o da sabbia, se il carico era costituito da anfore o altro materiale fragile. In queste navi c'erano solo due remi, perché l'unico mezzo di propulsione delle navi onerarie era la vela, montata su un unico albero anch'esso a prua. La vela era quadrangolare, più alta che larga. Queste navi prendevano il mare a marzo, con un equipaggio di 20 uomini e venivano tirate in secco a novembre; durante la sosta invernale si provvedeva ai lavori di manutenzione. Riguardo alle navi da guerra le "perle" dei Cartaginesi erano le pentere con i loro 350 uomini, di cui 300 rematori e 50 tra ufficiali, marinai e fanti di marina. I remi erano 30 per ogni lato, manovrati da 5 uomini ciascuno. Poiché ogni remo aveva bisogno di almeno un metro per manovrare, le navi erano lunghe una quarantina di metri, compreso lo spazio a prua e a poppa. Due governali a poppa assicuravano alla nave, velocissima per quei tempi, la massima manovrabilità. I Romani, inizialmente non abili nella navigazione, si dovettero rivolgere agli alleati della Campania, che avevano molte flotte. Lo scontro con Cartagine obbligò Roma a un eccezionale potenziamento della flotta degli alleati, montando due armi decisive: il corvo e il rostro. Il corvo serviva ad abbordare le navi nemiche per poter combattere come sulla terraferma. I Romani dotarono le loro navi di un ponte mobile, detto corvo, munito di grossi uncini di ferro. Un piccolo rostro a prua serviva ad agganciare la nave avversaria e ad impedire che lo sperone, anch'esso a prua, ma più in basso, penetrasse più profondamente nello scafo nemico. In tal modo i legionari facevano irruzione nella nave nemica con una tremenda forza d'urto. Per speronare i nemici le navi Romane utilizzavano uno sperone metallico che sporgeva in fuori, dalla chiglia, a pelo d'acqua. L'effetto dello sfondamento dello scafo nemico all'altezza della linea di galleggiamento era devastante, perché l'acqua allagava la stiva e provocava il rapido affondamento della nave nemica. Romani e Cartaginesi combatterono tre guerre, ma la più importante fu l'ultima: Roma riuscì nel 146 A.C a distruggere Cartagine grazie all'astuto generale Scipione l'Africano (vedi figura sopra). Durante la seconda guerra punica avvennero le prime grandi modifiche del paesaggio Romano, quando intere regioni furono conquistate dai Romani. La successiva espansione di Roma nel Mediterraneo e la crescita rapida della sua economia, comportarono l'utilizzazione di risorse rimaste fino a quel momento quasi intatte: anche le industrie e le officine antiche avevano bisogno di energia, e questa energia la forniva il legno. Questa specie di "petrolio dell'antichità" alimentava qualsiasi cosa. Dalle foreste si ricavava, per combustione, anche la pece, un materiale tra i più utilizzati nel mondo antico. Uno dei documenti più antichi sulla storia economica riguarda appunto una "societas picaria" (associazione di venditori di pece). Racconta infatti Cicerone che nel 138 a.C. si verificò una orrenda strage nella foresta della Sila, che allora occupava gran parte della attuale Calabria: un gruppo di schiavi appartenenti a una società di Pubblicani, che aveva in appalto l'estrazione della pece in quei luoghi, assaltò e uccise diversi uomini molto conosciuti nella zona. In una zona climatica come quella mediterranea, in cui l'erosione del suolo è forte e legata all'alternanza di estati aride e inverni piovosi, attività come quella delle società picarie, già di per sé altamente distruttive, comportavano un vero e proprio dissesto ecologico.